| 26/01/2010 |
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Autorità,
Gentili ospiti,
Cari ragazzi,
Onorevoli colleghi,
aprire la seduta solenne del Consiglio Regionale della Liguria in occasione del “Giorno della Memoria” è rivivere l’emozione intensa di una celebrazione che ogni anno rinnova l’impegno etico di quest’Assemblea nel ricordo delle vittime della Shoah, delle persecuzioni e delle atrocità nazifasciste, insieme al dovere che ognuno di noi è tenuto ad assolvere, per tenere vivo quel patto di civiltà, nato sulle rovine morali e materiali della seconda guerra mondiale, monito per il presente e il futuro nostro e dei nostri figli.
Con questo spirito di intima, dolorosa e consapevole responsabilità, che ci viene da uno dei momenti più oscuri e tragici dell’intera storia umana, porgo il saluto cordiale a tutte le autorità civili, militari e religiose, che con la loro presenza ci onorano e rappresentano il sentire e la determinazione univoca delle istituzioni democratiche nel combattere ogni forma di discriminazione razziale, religiosa e culturale e ogni fanatismo ideologico, radice prima di quella “negazione dell’altro come essere umano”, che può generare ogni orrore, come fu quello indicibile dell’Olocausto.
Un particolare saluto e un sincero ringraziamento rivolgo ai nostri illustri ospiti:
al professor Amos Luzzatto, già presidente dell’Unione delle comunità ebraiche in Italia, figura insigne di medico e di studioso della Bibbia, “guida dei perplessi” tra ebrei e non ebrei, come lui ha scritto. Un uomo che fu tra i tanti bambini innocenti costretti a nascondersi e a fuggire con la propria famiglia, dopo la promulgazione delle infami leggi razziali del 1938, perché “giudeo”: una delle pagine più tristi e ignobili del nostro passato.
All’Ambasciatore di Germania Michael Steiner, che abbiamo avuto il piacere di incontrare lo scorso 25 aprile a Villa Migone e di cui ricordo le parole piene di commozione e insieme di riconoscenza per quanti ebbero la forza di compiere il passo tanto difficile quanto giusto per aprire la strada della pace, del perdono, della riconciliazione.
Un abbraccio affettuoso va al Sen. Raimondo Ricci, simbolo vivente della passione civile nella difesa e nella divulgazione della storia e dei valori della lotta di liberazione, affinché la rimozione e l’oblio non dissolvano questo patrimonio fondativo degli ordinamenti democratici, scongiurando così il rischio di possibili, nuove e terribili tragedie.
Ai giovani studenti vincitori delle borse di studio dedicate dall’Assemblea regionale al significato di questo “Giorno”, che con la loro genuina sensibilità di spirito e di intelletto, ci sono di conforto in un mondo inquieto e carico di incognite.
Ma primo tra tutti, il nostro profondo e deferente omaggio va alle vittime e ai sopravvissuti delle deportazioni nei lager nazisti, ai testimoni e agli eredi della Shoah che deve essere per noi tutti ammonimento costante affinché mai più nessun essere umano abbia a patire le umiliazioni, le sofferenze e le crudeltà di cui essi custodiscono nell’animo, indelebile, il ricordo.
Graditi ospiti, onorevoli colleghi,
umanesimo e barbarie, cultura e roghi, diritto ed arbitrio, si sono intrecciati e scontrati nel secolo scorso proprio nel ventre di quell’Europa Patria della tolleranza, del diritto e della ragione che aveva tracciato ed illuminato il corso delle moderne democrazie, ispirate ai principi universali della dignità della persona.
Poi tutto precipitò nel sopruso e nell’ignominia, quando presero il sopravvento i ciechi nazionalismi, i revanscismi sciovinisti, mai sopite avversioni etniche e la recrudescenza di un atavico e sempre latente antisemitismo.
Il regime fascista prima e nazista dopo imposero allora il proprio credo e le proprie leggi liberticide.
E così anche l’aberrante teoria fondata sulla purezza di una razza e sul dominio assoluto di un’ideologia, cancellò ogni opposizione e ogni pensiero critico.
Ogni “diverso” divenne un “untermensch” da marchiare, da sfruttare, da schiacciare.
E il “Reich millenario” lo fece con brutale violenza, ma anche con un consenso diffuso e nel silenzio, se non con la complicità di molti; un fatto questo che non bisogna mai dimenticare, assieme agli “uomini giusti” che non rimasero indifferenti.
Il mito artefatto, ma costruito con cinica e scientifica capacità persuasiva, della superiorità di un popolo e di una nazione, travolse allora il vecchio continente, gettandolo nella spietata spirale della guerra, dell’annessione, dell’annientamento.
Credo, infatti, a tal proposito illuminante il recente libro del filosofo Umberto Galimberti intitolato “ I miti dei nostri tempi” in cui egli scrive:
“a differenza delle idee che pensiamo i miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici, …… radicati nel fondo della nostra anima, dove anche la luce della ragione fatica a far giungere il suo raggio….. togliendo ogni dubbio alla nostra visione del mondo che non più sollecitata dall’inquietudine delle domande, tranquillizza le nostre coscienze beate che, rinunciando al rischio dell’interrogazione, confondono la sincerità dell’adesione con la profondità del sonno”.
Gentili ospiti e cari colleghi,
non voglio certo semplificare l’analisi di una fase cruciale della storia europea, tanto cruenta e biasimevole quanto complessa per il condensarsi di una miscela micidiale di profonde e molteplici cause.
Ma quello che Galimberti chiama ”mito” e Amos Luzzatto chiama metaforicamente “bandiera” nel suo libro-intervista “Se questo è un ebreo”, evocano entrambi, pur su terreni analitici peculiari, quello che il Professor Luzzatto definisce “un potere mobilitante creativo e distruttivo enorme”.
Questa, credo, assieme al potere coercitivo, sia stata una leva potente di tutti i regimi totalitari del novecento.
Come, pur in un contesto e per motivi assolutamente inediti, può esserlo oggi per fomentare aggressivi integralismi, irrazionali fobie, criminalizzazione dei “diversi”, a volte in nome di una fede o di una ideologia, altre volte in nome del pur giusto principio di legalità e del legittimo diritto alla sicurezza.
“Miti” e “bandiere” usate però non di rado, per nascondere interessi inconfessabili o la “cattiva coscienza” che cova nella pancia delle società moderne, che si nutre di miseria e di emarginazione, alimentando in molte parti del mondo violenze, terrorismi e guerre devastanti.
Dico ciò, anche in questa circostanza, poiché ritengo che ogni celebrazione abbia senso se sollecita in noi riflessioni sul passato, ci interroga sul presente, ci pone domande sul futuro.
Solo così penso - come ha scritto Primo Levi - “Non ci sentiremo estranei… alla terribile verità dello sterminio di milioni di vite innocenti e potremo far sì che la loro morte non sia stata vana”.
Ma questo richiede una coerente fermezza nel combattere il riemergere di vergognose tesi negazioniste o l’ambiguità di letture storiche in cui la “verità” sbiadisce, rendendo così meno salda la responsabilità dell’oggi nell’ affermare una intransigente e piena tutela dei diritti umani che hanno le loro radici in quella catastrofe.
Diritti sanciti, non a caso nel dopoguerra, nella Carta delle Nazioni Unite e successivamente in quella dell’Unione europea, senza il rispetto dei quali si produce una pericolosa involuzione della nostra stessa civile convivenza.
Una convivenza che nelle società contemporanee – come ha scritto il Professor Luzzatto – “Si deve promuovere attraverso la cultura del dialogo e dell’integrazione, che è riconoscimento del pluralismo e della pari dignità e non della volontà di assimilazione, che tende invece a negare identità proprie delle diverse religioni e culture e quindi dei diritti della persona”.
Autorità, gentili ospiti, cari colleghi,
nel suo intervento lo scorso 25 aprile, nella sala dove venne firmato “l’Atto di resa” delle truppe germaniche alle forze del C.L.N della Liguria, l’Ambasciatore Michael Steiner disse:
“Meinhold ed i partigiani non potevano cancellare il passato, ma potevano cambiare il presente con coraggio e con solidi principi per preparare un futuro migliore...In questo spirito anticiparono ciò che italiani e tedeschi hanno fatto insieme nei decenni successivi: da una passato doloroso comune, creare un mondo migliore”.
Tra gli uomini che combatterono e si sacrificarono per preparare quel futuro migliore, ci fu un giovane ufficiale di marina, arrestato all’indomani dell’8 settembre, deportato prima nel carcere di Marassi a Genova e poi nel lager di Mauthausen.
Quel giovane ufficiale era Raimondo Ricci, attuale Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza, eminente avvocato, già senatore della Repubblica.
Un uomo che ha dedicato la propria esistenza per tenere viva la memoria e l’attualità dei valori e dei principi inscritti nella nostra Costituzione.
Non è facile per me, caro Raimondo, contenere oggi la mia commozione.
Non lo è per la solennità del momento.
Non lo è per la presenza di prestigiose personalità come l’Ambasciatore Michael Steiner e Amos Luzzatto, per il significato alto e simbolico che questa loro partecipazione assume oggi.
Non lo è perché fin da ragazzo, come sai bene, ho sempre guardato a te come ad un esempio, ad un maestro.
Sono particolarmente lieto ed orgoglioso, dunque, di essere io, oggi, a conferirti il sigillo d’argento dell’Assemblea Legislativa della Liguria, per l’encomiabile, coerente e generoso impegno che hai sempre profuso per la causa della libertà, della democrazia, del rispetto e della dignità della persona umana.
E credo che questo atto suggelli in modo significativo, in questo “giorno”, l’assegnazione delle borse di studio ai nostri giovani studenti, certo che quella memoria e quei valori li aiuteranno ad affrontare e superare le difficili prove della vita.
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