| 24/04/2010 |
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Signori Sindaci,
Autorità civili e militari,
Cari partigiani,
A tutti voi desidero porgere il mio personale saluto e quello di tutta l’Assemblea legislativa regionale, in occasione di questa solenne cerimonia per il 65° anniversario della Lotta di liberazione nazionale, insieme al mio più sincero ringraziamento per avermi offerto, con questo invito, il privilegio di poter condividere con Voi questo momento straordinariamente evocativo di passioni ed emozioni, fondativo della nostra Repubblica.
Siamo qui oggi infatti, in questo territorio che tanto diede alla lotta di liberazione, per ricordare la fine del periodo più drammatico della nostra storia nazionale e l’inizio della grande stagione della democrazia italiana.
Per venti lunghi mesi dopo l’8 settembre 1943, quando nottetempo il Re Sabaudo e i suoi alti comandi abbandonarono l’Italia e gli italiani al loro destino, un popolo intero imbracciò le armi per riscattare l’onore e la dignità della propria Patria, soggiogata dall’invasore germanico e infangata e martoriata, fino alla resa, dai repubblichini di Salò.
Per venti lunghi mesi dalle valli dell’appennino ligure-piemontese alla Val Sesia, dalle fabbriche delle grandi città del nord ai campi della pianura padana, dai giovani renitenti alla leva agli ufficiali e soldati della divisione Acqui a Cefalonia, unica e intrepida divenne la lotta armata per riscattare l’Italia dalle devastazioni morali e materiali provocate dalla guerra e dalla vile dittatura fascista.
Un movimento composto da civili e militari, da studenti poco più che adolescenti e vecchi antifascisti, da intellettuali e operai, da donne e uomini di fede politica e religiosa diverse: cattolici e laici, liberali e socialisti, democratici cristiani e comunisti, diversi nel loro credo ma uniti tutti dallo stesso spirito patriottico e dallo stesso anelito di libertà e di giustizia.
Su quali macerie morali fosse nata la Resistenza in armi e la generosa mobilitazione di un popolo in nome della libertà e della propria indipendenza ce lo testimoniano le parole di Benedetto Croce nell'autunno del ‘43.
Egli scrive in quel terribile frangente: “ tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo in qua costruito, politicamente, economicamente e moralmente è distrutto. Sopravvivono solo nei nostri cuori le forze ideali con le quali dobbiamo affrontare il difficile avvenire.”
E quelle forze ideali che il grande intellettuale antifascista aveva sentito quali ultima, superstite risorsa morale di un popolo offeso da un regime liberticida e provato da un tragico conflitto, avrebbero espresso di li a breve tutto il loro valore nell'affermazione di ideali e di principi nuovi, quali fondamento della ricostruzione di una identità nazionale che rifiutava il cieco nazionalismo, aprendosi ai valori delle moderne democrazie occidentali.
Valori che affermavano per la prima volta nel nostro ordinamento l’uguaglianza dei cittadini e l’universalità dei diritti “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche e di condizioni sociali” come recita l’Art. 3 della nostra Carta costituzionale.
Così nasceva la Repubblica italiana, così nasceva la Costituzione; questo ci ricorda una famosa epigrafe del grande giurista Piero Calamandrei.
Una sola tensione morale, un unico filo conduttore unisce dunque Resistenza, Repubblica e Costituzione. Essa trova nel 25 aprile la sua legittimazione storica, ma ha nella Costituzione il suo cuore pulsante.
Ma essa è al tempo stesso, a buon diritto come ama ripetere il Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi, il nostro secondo Risorgimento, poiché è insieme compimento dell’unità nazionale e ricomposizione delle grandi tradizioni civili e culturali italiane nell’alveo di un moderno Stato di Diritto.
I Padri costituenti seppero dunque traghettare nei principi e nell’ordinamento repubblicano diritti e valori antichi insieme con domande di cittadinanza nuove, seppero delineare un’architettura istituzionale aperta al principio di sussidiarietà e all’autogoverno, seppero armonizzare l’esercizio della sovranità popolare con l’equilibrio e l’autonomia dei poteri: in una parola seppero coniugare in modo esemplare la democrazia formale con la democrazia sostanziale.
E ciò fu fatto in una fase della vita nazionale e internazionale, in cui la rottura dell’unità antifascista e lo scontro ideologico potevano divenire foriere di nuove drammatiche lacerazioni, come avvenne in Grecia e al di là della cortina di ferro.
Ma la temperia politica, indubitabilmente aspra, non impedì a grandi personalità, a uomini e donne come Alcide De Gasperi e Nilde Jotti, Umberto Terracini e Luigi Einaudi, Sandro Pertini e Tina Anselmi, Ferruccio Parri e Paolo Emilio Taviani di scontrarsi al mattino nell’Aula di Montecitorio sulla politica e incontrarsi al pomeriggio nella commissione dei 75, per redigere la Carta costituzionale.
Lo fecero con spirito aperto al dialogo, senza nascondere le differenze, ma facendo prevalere l’interesse generale e sancendo il Patto che diede anima e corpo alla Repubblica.
Onorevoli Sindaci,
Autorità,
Cari amici,
questa visione alta della politica si fondava certamente sulla coscienza dell’abisso nel quale l’Europa e il mondo era stato precipitato dal nazifascismo, ma si fondava su valori forti e su un’etica della responsabilità nazionale senza la quale il nostro Paese non avrebbe conosciuto quel grande e innegabile progresso civile, economico e sociale conseguito nel dopoguerra.
Lo spirito che fu dei Padri costituenti dobbiamo allora saperlo recuperare e farlo vivere nel presente per affrontare le sfide inedite dei nostri tempi, riaffermando il primato della politica con spirito di servizio, recuperando il senso etimologico della “polis”, intesa come rappresentanza della Res Publica.
Una politica capace di rispettare le differenze, di non demonizzare l’avversario, di rifiutare tanto le logiche distruttive e giustizialiste, quanto le suggestioni all’autosufficienza che Tocqueville definiva le “tentazioni alla dittatura della maggioranza”.
Cari amici,
Non vi è dubbio che il nostro Paese come l’Europa e il pianeta intero abbiano bisogno di aprire un nuovo capitolo sia rispetto al modello economico-produttivo dominante, che manifesta una crisi profonda e che vede ancora irrisolte le grandi questioni della povertà, dell’equità sociale e della sostenibilità ambientale, sia rispetto a quello politico istituzionale che pone a tutti la grande questione della democrazia sovranazionale, nell’era della globalizzazione.
Non è dunque chiudendosi nelle piccole Patrie, nei localismi, nei meschini egoismi che costruiremo un futuro migliore per i nostri figli.
Ma come i Costituenti seppero disegnare un assetto istituzionale sulla base di valori comuni e di una storia condivisa, oggi dobbiamo fare tutti un grande sforzo affinché le necessarie riforme del nostro ordinamento siano frutto di ampie convergenze e finalizzate a promuovere una nuova stagione della democrazia italiana, capace di rispondere ai difficili problemi delle società complesse, coerente con i principi inscritti nella prima parte della Costituzione.
D’altra parte, come ha ancora recentemente richiamato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, “Sul piano democratico non c’è alternativa al confronto, al combinare ascolto, mediazione e decisione” aggiungendo che:
“ solo attraverso questo percorso è lecito giungere, tenendo conto della necessaria tempestività di intervento, ad una sintesi che non può mai in alcun modo sacrificare i diritti di qualcuno”.
Dunque ai rischi di indebolimento delle Istituzioni e di affievolimento della coesione sociale, alla latente crisi della democrazia rappresentativa, occorre dare risposta attraverso riforme condivise non più procrastinabili.
E come più volte ho ripetuto nel corso del mio mandato, permettetemi di affermare anche qui, che non è questa una concessione fatta ad altri, ma una necessità del paese, per poter vincere le sfide del futuro.
Solo così peraltro, io credo, la politica e le Istituzioni potranno ricostruire un rapporto di fiducia pieno con i cittadini, oggi assai incrinato.
Io credo, che questa assunzione di responsabilità comune la dobbiamo ai nostri figli e anche alla memoria di quanti a prezzo di immani sacrifici e della vita ci hanno lasciato in eredità quella libertà che a loro venne negata e che mai apprezziamo abbastanza fino a che ci è concessa.
Non si tratta quindi di riscrivere la storia, come taluno strumentalmente vorrebbe, né di invocare nuove giornate per la pacificazione nazionale, poiché il giorno della “liberazione” dal nazifascismo e dunque della “pacificazione” è e deve restare il 25 aprile.
Così come non dobbiamo riscrivere la storia dell’unità d’Italia, ma farla vivere nel presente, operando affinché federalismo e unità nazionale diventino fattori di maggiore responsabilità e arricchimento dell’intera comunità.
Il peculiare e secolare patrimonio di culture e tradizioni dei comuni e delle regioni d’Italia è infatti la ricchezza della nostra nazione, che racchiude in sé il grande giacimento di una civiltà millenaria, che ha contaminato il pensiero e l’opera umana in ogni campo della vita sociale e civile.
Dobbiamo, invece cari amici, avere coscienza della responsabilità che abbiamo come classe dirigente di scrivere insieme una nuova pagina della nostra storia, come seppero fare i Costituenti, proiettandola sempre di più nell’Unione europea e nel mondo, facendo vivere quei valori di pace, di giustizia, di uguaglianza e di solidarietà che abbiamo il dovere di lasciare in eredità alle giovani generazioni, consapevoli del monito che ci viene dalle tragedie dei regimi totalitari che hanno insanguinato il novecento.
Solo così facendo, io credo, i valori della Resistenza continueranno a vivere nel futuro nostro e dei nostri figli.
Per questo Viva la Resistenza,Viva la Repubblica,Viva l’Italia.
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